Totalitarismo e Libertà: L’eredità di Hannah Arendt

Hannah Arendt è diventata un’icona. Non è solo oggetto di trattati teorici. Ha trovato accesso anche al palcoscenico, alla letteratura e alla cultura pop. Già in vita era popolare, ma anche molto criticata. Soprattutto dopo la pubblicazione di «Eichmann a Gerusalemme».

Il libro pubblicato nel 1963, che Arendt scrisse basandosi sulla sua osservazione del processo Eichmann, provocò, da un lato, a causa del sottotitolo «Un resoconto sulla banalità del male». Ma scatenò anche grande indignazione a causa delle affermazioni sulla presunta collaborazione opportunistica dei consigli ebraici con i nazisti. L’opinione di Arendt su questo argomento è stata corretta dalla ricerca storica nel frattempo.

Chi era Hannah Arendt? E cosa caratterizzava il suo pensiero? Nata nel 1906 a Hannover e cresciuta a Königsberg, Arendt studiò a Marburgo, Heidelberg e Friburgo filosofia, teologia protestante e filologia greca. Apprese l’artigianato della fenomenologia e fece propri i principi fondamentali della filosofia dell’esistenza, che avrebbero determinato il suo pensiero per tutta la vita. Fu influenzata soprattutto da Martin Heidegger, con cui ebbe anche una appassionata relazione amorosa. E da Karl Jaspers, che le fece prendere coscienza del significato politico della comunicazione umana.

Nel 1928 completò gli studi. Gli anni successivi, durante i quali avvenne anche il matrimonio con Günther Stern (che in seguito si chiamò Günther Anders), Arendt li trascorse a Berlino e Francoforte. Lì lavorò a un progetto più ampio su Rahel Varnhagen e sulla questione dell’assimilazione giudeo-tedesca intorno al 1800. Con questo lavoro, pubblicato solo nel 1958, Arendt prese diverse decisioni che avrebbero determinato il suo futuro lavoro.

Si allontanò deliberatamente dalla filosofia accademica, anche se dichiarava ai finanziatori che quel lavoro era un progetto di abilitazione. È inoltre evidente che Arendt si occupò di Varnhagen, una figura storica, in un contesto in cui si riconosceva e ritrovava il proprio posto nella vita. I termini storico-sociali «parvenu» e «paria», evocati nel confronto con Varnhagen, descrivono anche la sua propria ambivalente esperienza come intellettuale ebraica: da un lato l’appartenenza, dall’altro l’emarginazione dalla borghesia colta tedesca.

Il risultato non è né uno studio storico, né un’analisi della società, né una filosofia, ma tutto insieme e niente allo stesso tempo. Soprattutto, il libro – grazie anche al sottinteso riferimento personale – è di una chiarezza rara in filosofia. Il pensiero di Arendt punta alla generalità, ma è anche esemplare, in quanto non solo esprime le sue opinioni politiche e etiche, ma studia anche la condizione storica della propria esistenza.

Questo tratto del riferimento autobiografico esemplare caratterizza anche i lavori successivi di Arendt e, accanto ai temi spesso scottanti, al suo evidente piacere nei chiari giudizi morali e alla tendenza ad affermazioni esplicite, è probabilmente una delle ragioni principali della sua popolarità.

Prima che Arendt riuscisse a emergere, dovette affrontare per molti anni un’esistenza precaria. Sebbene le fosse chiaro dal 1931 che i nazisti avrebbero preso il potere, rimase in Germania fino al 1933, dove lavorava in un’organizzazione sionista dedicata alla documentazione dell’antisemitismo. Solo quando fu arrestata nel luglio 1933 e, grazie a un poliziotto onesto, rilasciata dopo otto giorni, si rifugiò in esilio a Parigi.

Le condizioni di vita degli emigranti tedeschi nella Parigi degli anni trenta erano difficili. Integrare la società francese era quasi impossibile. È stata una fortuna per Arendt trovare un lavoro nel 1934 presso la Gioventù Aliyah, un’organizzazione ebraica che permetteva a bambini e giovani di emigrare in Palestina.

Nel 1936 conobbe il (ex-)comunista Heinrich Blücher, il suo secondo grande amore dopo Heidegger. Nel 1940, dopo alcuni anni di convivenza non ufficiale e la separazione da Günther Stern, i due si sposarono, prima di emigrare a New York nel 1941, dopo soggiorni più brevi in due diversi campi di internamento.

Il riconoscimento (e la sicurezza materiale) arrivò per Arendt nel 1951 con il libro «Le origini del totalitarismo», in cui, attraverso una serie di indagini sull’antisemitismo e sull’imperialismo del XIX secolo, cercò le cause del totalitarismo. A quel tempo, in modo inusuale, definì stalinismo e nazionalsocialismo come sistemi totalitari.

Grazie al suo carattere narrativo, il libro si legge, nonostante l’ampio contenuto, non come un progetto sistematico, ma come una serie di riflessioni sulla storia di quei conflitti a cui Arendt, in quanto ebrea del ventesimo secolo, fu esposta. E, come la biografia di Varnhagen, anche il libro sul totalitarismo supera i confini delle discipline accademiche.

A partire dagli anni cinquanta, Arendt si orientò maggiormente verso la teoria politica. Il suo lavoro più importante di questo periodo, «Vita activa», è una riflessione esistenzialista della vita dal punto di vista dell’attività umana. Arendt parte dalla distinzione tra lavoro, orientato alla conservazione del corpo, produzione, mirata alla creazione di prodotti tangibili, e azione, che costituisce uno spazio pubblico di convivenza politica.

Questo si combina con la diagnosi che, nell’epoca moderna, la definizione dell’uomo come «animal laborans» limitato al lavoro abbia prevalso. Mentre questa diagnosi schematica sacrifica numerosi aspetti dello sviluppo storico della prima modernità, la distinzione tra lavoro, produzione e azione è di grande forza analitica e contribuisce molto alla comprensione dell’esistenza umana in un mondo di cose e con altre persone.

Tra le peculiarità dell’umano, Arendt inserì anche i processi analizzati nel suo ultimo lavoro «La vita della mente» come parte di uno studio sulla storia delle idee. In tal modo si lasciò guidare, da un lato, dall’intuizione formulata nel resoconto su Eichmann, secondo cui «la lontananza dalla realtà e l’assenza di pensiero (...) possono causare più danni di tutte le cattive intenzioni», e dall’altro dall’assunto che tutti i processi mentali siano caratterizzati da una divisione dell’io in due istanze.

Purtroppo, solo le prime due parti di questo lavoro, dedicate al pensare e al volere, sono state completate. Del –per la questione dell’importanza etica del pensiero umano il più rilevante– terzo capitolo sul giudicare esistono solo appunti preliminari, che non permettono una ricostruzione sistematica di una teoria del giudizio di Arendt.

Sono ormai passati cinquant’anni dalla morte di Hannah Arendt. Cosa rimane di lei – al di là della sua onnipresenza come icona e di alcune espressioni diventate slogan? Nell’eredità di Arendt – si inserisce la comprensione dell’importanza della natalità, della nascita umana.

Secondo Arendt comprendiamo l’uomo…

Fonte originale: https://www.nzz.ch/feuilleton/woher-totalitaere-herrschaft-kommt-und-wohin-sie-fuehrt-hannah-arendt-hat-den-kommentar-zu-den-verwerfungen-des-20-jahrhunderts-geschrieben-ld.1913872

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